
Erano tanti, mi hanno detto 30. Io però ne ho conosciuti di meno, perché la stanza era piccola e non c’entravano tutti.
Sedevano in semicerchio, con un cappellino di carta in testa, tutti composti e silenziosi. Ci stavano aspettando e sapevano che avremmo portato una torta di compleanno e caramelle gommose.
Non sembravano bambini ma adulti incastrati in un corpo di 5 anni.
Ricordo vagamente i tempi dell’asilo. La mia scuola era luminosa, con sale grandi e vetrate che guardavano sul giardino. In primavera passavamo intere giornate a cercare i quadrifogli in mezzo al prato. Anche la mensa del mio asilo era grandissima e noi bambini mangiavamo tutti assieme. C’è da dire, però, che tutto ti sembra grande quando hai meno di sei anni.
Ma insomma.
All’asilo i bambini giocano, imparano a socializzare, a disegnare e colorare. All’asilo i bambini scoprono che esistono le alleanze, i soprusi, i più coccolati ed i furbi. Anche lì dov’ero io i bambini vivevano le stesse dinamiche, però come cuccioli senza più una mamma difendevano il proprio spazio vitale ad ogni costo.
Quando abbiamo gonfiato i palloncini loro si sono alzati, ne hanno preso uno a testa e poi hanno cominciato a lanciarli in aria e raccoglierli. Ognuno il proprio, senza interazione: non lo perdevano mai di vista con lo sguardo, non lo scambiavano con gli altri, non condividevano il momento.
Ero seduta su una di quelle sedioline piccolissime e li guardavo. Mi sono detta che c’era qualcosa di assurdo, che non mi quadrava, in quella scena. Così mi sono tolta il maglione, mi sono messa anch’io un cono di cartone in testa e sono andata al centro della stanzetta. Ho cominciato a giocare con loro. Mi guardavano e cercavano di comunicare con me in quella lingua così diversa dalla nostra che se muovi la testa su e giù stai dicendo “Ne”, cioè no.
Mi hanno detto che erano 30, ma io ne ricordo tre in particolare: una bambina di non più di 5 anni, con la pelle olivastra ed i capelli biondo sporco. Ha uno sguardo furbissimo ed un sorriso incredibile. Ogni volta che guardavo verso il basso me la ritrovavo lì, con quel palloncino in mano, aspettando che lo lanciassi in aria.
L’altro bimbo era ancora più piccolo e si è attaccato al Lupo per tutto il tempo. Ci avevano detto di non prendere nessuno di loro in braccio perché avremmo scatenato una reazione a catena da cui non sarebbe stato facile uscire: se ne abbracci uno, poi tutti gli altri vorranno la stessa cosa. Se ne abbracci uno, poi lui penserà che lo porterai via da lì con te. Ma questo scricciolo allungava e muoveva imperterrito le braccia verso di lui.
Il terzo bambino che mi è rimasto negli occhi era diverso da tutti gli altri: non aveva il suo palloncino e se ne stava seduto vicino alla parete della stanza a guardare gli altri con gli occhi sgranati. Qualche volta tentava di entrare nella mischia ma loro lo spostavano, lo spintonavano via, ignorandolo completamente. Non so se abbia qualche problema o se sia semplicemente timido, se è arrivato da poco lì o se non è mai riuscito ad integrarsi, ma mi faceva stringere il cuore. Gli ho procurato un palloncino, ma lui, piuttosto che giocarci, se lo è tenuto sulle ginocchia. Temo che quel bimbo uscirà da lì solo per andare in un posto simile.
Quello non era un asilo, quella è la loro casa. Giorno e notte, estate e inverno. Sempre lì, tra donne che hanno dovuto imparare ad indurire il cuore e lo sguardo, finché una coppia abbastanza benestante da poterselo permettere deciderà di provare a portarne uno a casa con loro.
E non sempre l’incontro va a buon fine.
Mi ha raccontato l’interprete che a volte le famiglie arrivano e dopo qualche ora scappano via. In qualche modo posso capirli… quei bambini sono avvolti da un velo di dolore. Però basta poco così. Dopo un’ora a lanciare palloncini in aria e far finta di cantare parole impronunciabili, quando è stato detto loro di tornare a sedersi perché era l’ora del pranzo, in quella stanza c’erano proprio dei bambini, stanchi e sorridenti.